“Un’intera generazione di disoccupati” La Gran Bretagna lancia l’allarme. E il nostro Paese continua a non investire in formazione...

31 Ottobre 2013

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«Sto a casa tutto il giorno, ho perso i contatti con gli amici. Giorni, settimane, mesi, anni: il tempo non passa mai». I dati dell’Ufficio nazionale delle statistiche mostrano che 115 mila giovani tra i 18 e i 24 anni sono senza lavoro da più di due anni.

In Inghilterra si vede un po’ di ripresa anche se è concentrata specialmente nella capitale e nelle attività finanziarie, dai cui tavoli esclusivi cadono poche briciole per la gente comune. Meglio dell’Italia stagnante comunque, ostaggio di una politica che al di fuori dei confini nazionali nessuno riesce a capire. Meglio fino a un certo punto, infatti la disoccupazione giovanile, da noi una piaga biblica, è un problema anche qui.

Nel Regno Unito un'intera generazione rischia di restare disoccupata tutta la vita. È l'allarme lanciato da Prince's Trust, associazione che si occupa di giovani. La crisi non si sente quindi solo in Italia: l'Ufficio di statistica britannico dice che sono 115mila i giovani tra 18 e 24 anni senza lavoro da oltre due anni, la disoccupazione giovanile è quadruplicata in dieci anni.
Prince's Trust, associazione caritatevole che si occupa dell'educazione e della formazione professionale dei giovani, fondata dal principe Carlo nel 1976, ha chiesto un intervento più incisivo del governo "perché un'intera generazione rischia di restare disoccupata tutta la vita".
Sean Pearson, 25 anni, di Sunderland, ha raccontato la sua storia alla trasmissione radiofonica della Bbc Newsbeat: è stato disoccupato per sei anni, durante i quali ha tirato avanti con i sussidi statali e l'aiuto economico della madre. "Ho cercato anche di fare le pulizie ma niente da fare, mi dicevano che non avevo esperienza" racconta. "Stavo a casa tutto il giorno, ho perso i contatti con gli amici. Giorni, settimane, mesi, anni: il tempo non passava mai. Mi sentivo inutile per me stesso e anche per i miei". Le cose sono cambiate quando si è rivolto al Prince's Trust: dopo un corso di formazione di quattro settimane, finanziato da vari marchi della vendita al dettaglio, ha trovato un lavoro in un negozio, può aiutare a pagare le bollette ed essere un esempio per i suoi fratelli.

Paul Brown, direttore del Prince’s Trust è convinto che i giovani necessitano di un aiuto di lungo termine perché la crisi che abbiamo di fronte sembra qui per restare.

Fonte: Lastampa.it e Fonte: mtvnews

E nel nostro Paese?
Italia bocciata in Europa su scuola e università. È un bilancio sconfortante quello che emerge dal monitoraggio annuale del dell'istruzione e della formazione pubblicato dalla Commissione europea. Meno giovani trovano lavoro dopo gli studi, un quinto della popolazione Ue in età lavorativa con un titolo di studio universitario occupa posti di lavoro che richiederebbero qualifiche inferiori. E intanto si allarga in modo preoccupante il divario tra le competenze fornite dai sistemi di istruzione e quelle richieste dal mercato.
Sull'Italia dal rapporto emerge che si spende meno sull'istruzione rispetto al resto dell'Unione, specialmente per quanto riguarda l'università: il 4,2 per cento del Pil a fronte del 5,3 per cento di media Ue. Ma se sulla scuola si registrano dei livelli di spesa in linea con il resto dell'Unione, sul sistema terziario sono "significativamente più bassi", precisa Bruxelles. La quota di laureati nella fascia 30-34 anni, per quanto in crescita al 21,7 per cento nel 2012 dal 19 per cento del 2009 resta lontana dal 35,7 per cento medio dell'Ue.
In Italia ci sono alti livelli di abbandoni scolastici tra i giovani e bassi valori di partecipazione a formazione e aggiornamento professionale tra gli adulti. Come se non bastasse "ci sono anche evidenze di difficoltà nella transizione dall'istruzione al lavoro, perfino per i giovani con elevate qualifiche", afferma la Commissione.
http://ec.europa.eu/

25/11/2010 - IL PIANO DEL GOVERNO
Come verranno aiutati i giovani?
Fonte: Lastampa.it

Ieri il governo ha promesso un pacchetto di aiuti per 300 milioni a favore dei giovani. Ma quanti sono in Italia?
Le tabelle Istat aggiornate al primo gennaio 2010 dicono che i residenti compresi fra i 15 e i 34 anni sono 13.793.850.

E’ vero, come sostenne il ministro Padoa-Schioppa che i giovani italiani sono dei «bamboccioni»?
I numeri non lasciano scampo: i giovani fra i 20 e i 24 anni che vivono ancora con i genitori sono l’86,4%, tra 25 e 29 sono il 59,4%, tra 30 e 34 il 30,1%. Nell’intera fascia di età i maschi (62,8%) restano in casa più delle femmine (47,2%).

E perché vivono in casa così a lungo?
Tre le ragioni addotte: per investire nella propria formazione (26,8%), perché i rapporti gerarchici sono cambiati, e dunque si può mantenere la propria autonomia in casa (32,6%), la stragrande maggioranza sostiene di farlo per ragioni economiche (46,4%).

Queste percentuali erano così alte anche in passato?
No. Nel 1983 i giovani compresi fra i 18-34 anni che vivevano con i genitori erano il 49%, nel 2000 il 60,2%, nel 2009 la percentuale è scesa al 58,6%. Nella fascia fra i 30 e i 34 anni i numeri sono ancora peggiori: se nel 1983 erano uno su dieci, oggi sono almeno tre su dieci.

Chi sono i «Neet»?
E’ l’acronimo di «Not in education, employment or training»: in sostanza sono coloro che vivono con i genitori senza studiare, formarsi a qualche mestiere o lavorare: l’anno scorso erano il 21,2% dei giovani compresi fra i 15 e i 29 anni.

La disoccupazione giovanile in Italia è alta?
In Italia è senza lavoro più di un giovane su quattro. L’anno scorso l’occupazione nella fascia di età fra i 15 e i 29 anni è scesa dell’8,2%, pari a ben 311mila posti di lavoro. E’ il peggior calo nell’occupazione giovanile di sempre, superiore a quello che si registrò a inizio anni novanta.

E’ vero che la formazione universitaria spesso serve da «parcheggio» per chi non trova lavoro e non aiuta a migliorare le condizioni di lavoro dei giovani?
I numeri dicono che se nel 2004 erano iscritti a corsi universitari il 30,4% degli under 29, nel 2009 erano diventati il 35%. Sempre nel 2009 i disoccupati senza titoli sono aumentati meno (9,2%) di diplomati e laureati (oltre il 20% per entrambi). Sul totale di coloro che nel 2009 hanno perso un lavoro temporaneo, il 32% erano laureati. Dunque la crisi ha colpito soprattutto loro. Ciò detto, uno studio della Fondazione Italia Futura sottolinea che in Italia il tasso di disoccupazione fra chi non finisce le scuole superiori (7,4%) è doppio di quello registrato tra chi ottiene il diploma (4,6%) e la laurea (4,3%).

Nel resto d’Europa i tassi di disoccupazione giovanile sono così alti?
No. L’Italia nel 2009 aveva il più alto scarto europeo fra livello di disoccupazione totale (7,8%) e quello giovanile (25,4%). Nella fascia di età fra i 15 e i 24 anni (26,4% di disoccupati) Eurostat registra peggiori tassi di occupazione solo in Irlanda, Grecia e Spagna. In Germania sono senza lavoro appena l’8,5% degli under 24, in Gran Bretagna sono il 19,2%. Tassi di disoccupazione giovanile vicini al nostro si registrano invece in Francia (24,4%) e Svezia (25%). Anche la quota di giovani «Neet» è molto più alta che altrove: fra i 15 e i 19 anni sono il 10,2% (5,8% in Europa), fra i 20 e i 24 anni sale al 22,6% (14,6%), i giovani compresi nella fascia di età 25-29 anni sono il 25,6% contro il 17,2% della media europea.

I giovani all’estero ricevono maggiori aiuti in caso di disoccupazione?
Sì. Sempre Italia Futura ricorda che in Italia, per ricevere un contributo adeguato, occorre rientrare nell’istituto della cassa integrazione, garantita a coloro i quali hanno almeno 12 mesi di contributi versati. Altrove - in Gran Bretagna, Olanda, Danimarca, ad esempio - esistono invece importanti programmi di contrasto alla disoccupazione giovanile.

A che età gli italiani fanno il primo figlio?
Per gli uomini la media è 35 anni, per le donne 31. Questo fa sì che le coppie con un solo figlio siano da ormai dieci anni la maggioranza: fra il 2008 e il 2009 ammontavano al 46,5% del totale contro il 43% delle coppie con due figli.

E in Italia il sostegno alle giovani coppie e alle famiglie è paragonabile a quello degli altri Paesi europei?
No. La Francia, a titolo di esempio, investe in sgravi fiscali e aiuti alle famiglie circa il 2% del prodotto interno lordo. In Italia la spesa si ferma all’1%.